Home raccolta supplementi

LETTERA AL DIRETTORE - Roma, 2 maggio 1996

”Può infatti una forma d’arte estraniarsi al punto da non identificarsi più con alcuna realtà per diventare una clonazione di sé stessa?” [G.C. Politi, “Picasso o Walt  Disney protagonista del secolo?” in Flash Art n.189. 1994]

Caro Politi,
ti sarà facile capire che qualcuno all’interno degli Uffici continua tuttora a mantenere una particolare debolezza nei confronti di certi argomenti ritenuti inattuali; ma poiché alcuni passaggi (forse anche trascurati, e magari trascurabili) nei tuoi ultimi interventi su Flash ci hanno procurato il piacere di svolgere qualche riflessione, proviamo a cogliere anche l’opportunità di sistemarle e l’occasione di scriverti. Dopo di che ognuno continuerà a credere ciò che vuole, ed anche -se vuole- riprendere a baloccarsi con una visione tanto convenzionale quanto caricaturale del comunismo. Roviniamo subito la battuta a qualcuno dicendo che allora si tratta proprio di una difesa di Ufficio? Poco male; prevediamo di fornire ben presto e gratuitamente (la nostra generosità ci uccide!) altre sfiziose opportunità per tali propositi; per questo non tenteremo di essere brevi, e neppure bravi ...
Quindi:
Dalla tua risposta alla signora Caroldi e a Lamberti (Flash n.195) si potrebbe dedurre che “mettere uno steccato attorno al proprio campicello” corrisponderebbe ad una visione  letteraria e “tardo marxista”...della “azienda” -si specifica prontamente; ma poiché quest’ultima parolina non l’abbiamo ancora trovata nei testi di Marx, ci permetteremo al momento di trascurarla.
Forse che la crisi delle ideologie è andata a braccetto con la crisi della critica? Forse che il trionfo delle teorie liberali consiste di prendersi delle libertà con le teorie degli altri? Come spiegare diversamente l’idea eclettica di derivare dai negatori stessi della proprietà proprietà privata in generale i difensori di campicelli privati, senza aver fidato sulla parola di quanti hanno ritenuto di trattare il comunismo appunto come un orticello di opinioni personali? (E purtroppo sappiamo che solo a questi tipi è stata concessa la parola per toglierla agli originali).
Allora, seppure simili programmi difensivi possono trovarsi nella letteratura socialista, occorre cercare in quella “pre-marxista”, e (fatti salvi Caroldi e Lamberti, che non hanno tirato in campo il deprecato nome) precisamente rintracciarli nella letteratura del socialismo piccolo borghese, della quale Marx ed Engels ne fanno una rapida disamina per liquidarla come estranea al comunismo:
"Questo socialismo (piccolo borghese) ha anatomizzato con estrema perspicacia le contraddizioni insite nei rapporti moderni di produzione. Ha smascherato gli ipocriti eufemismi degli economisti. Ha dimostrato irrefutabilmente ...la dissoluzione dei vecchi costrumi, dei vecchi rapporti familiari, delle vecchie nazionalità. Tuttavia, quanto al suo contenuto positivo, questo socialismo o vuole restaurare gli antichi mezzi di produzione e di traffico, o vuole rinchiudere di nuovo, con la forza, entro i limiti degli antichi rapporti di proprietà, i mezzi moderni di produzione e di traffico, che li han fatti saltare per aria. In entrambi i casi esso è insieme reazionario e utopistico. Corporazione della manifattura economia patriarcale nelle campagne: ecco la sua ultima parola”.
Come vedi, riguardo il decadere e l’estinguersi di “forme” e “modi” arretrati - pur anche quando stancamente persistenti - nessun rimpianto. Anzi, proprio tali decessi e stati comatosi con encefalogrammi piatti, sono il presupposto concreto e teorico a partire dal quale si rende possibile una reale azione storica del tutto originale e superiore a quella che l’ha preceduta e che ha esaurito la sua spinta innovativa da almeno due secoli. Dunque, il lutto magari si addice a Mazzini, non certamente a Marx.  Detto ciò -e per proseguire sul filo del tuo commento-, non è da credere che Bertinotti possa arrossire dei presunti eccessi di un tal tipo di socialismo piccolo borghese, che farebbe comodamente il paio con il rifondante comunismo omeopatico (tuttavia...la classe non è acqua!). Invece è  molto più probabile che sia proprio il tuo crudo realismo, con le sue franche spallate al fragile orticello dell’arte a farlo arrossire d’invidia. Perché nei tuoi ultimi interventi su Flash c’è più materialismo di quanto lui forse possa osare, e tu, forse, augurarti. La qual cosa può non farti per niente piacere, ma...no se preocupe: occorrerebbe risultare conseguenti anche sul piano sociale e della lotta politica, teorica e pratica (non certamente elettoralesca e parlamentare) affiché il materialismo possa evolversi in comunismo.
Non deve meravigliarti, pertanto, per il fatto che i tuoi interventi ci siano stati di un certo conforto;  almeno per le parti che tirano nel sistema dell’arte quei concreti nessi economici capaci, con ciò stesso, di metterne in discussione una sua presunta autonomia idealisticamente gonfiata.
Così, siamo stati tutti sinceramente lieti di apprendere (che) come  anche tu possa condividere con noi un medesimo presupposto teorico, per il quale “il modo di produzione della vita materiale è ciò che condiziona il processo sociale, politico, spirituale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma, al contrario è il loro essere sociale che determina la loro coscienza”.
Ovvero, per dirlo in modo tamaroista (certamente più “best”), che l’arte va dove la porta l’economia. Sicuramente Marx (meno “best” ma più scientifico) avrebbe tenuto a precisare che i nessi tra produzione materiale e produzione immateriale propri di una medesima epoca e fase storica, si stabiliscono in ultima istanza: sì deterministicamente, mai meccanicisticamente.
Ma non  bisogna andare troppo per il sottile; e in tempi di pensiero debole (che, lo si prevedeva, doveva prima o poi integrarsi con il celodurismo pratico), nella lotta appassionata contro il conservatorismo metafisico recintato negli orticelli patriarcali dell’arte, anche una qualche formulazione più spiccia può beneficiare della esemplificazione; e con tutto ciò risultare mille volte più salutare e promettente dell’idea che l’arte verrebbe prodotta dallo Spirito Santo per spiriti santi che dialogano tra loro attraverso messaggi cifrati (Politi a Mercadanti - Flash n.193), e anche troppo costosi.
Allora, giusto, “i bassi prezzi delle merci sono l’artiglieria pesante con la quale essa (l’economia di mercato) spiana tutte le muraglie cinesi”. Ma, considerato il secolo e mezzo che ci separa da questa frasetta, come avrebbero potuto invece resistere a tale artiglieria i fragili steccati dell’arte? E soprattutto: vediamo forse che stanno resistendo meglio le recinzioni aziendali con tanto di guardie giurate e telecamere a circuito chiuso?, o si dissolvono anche loro sotto l’azione (concettuale?) dei soliti colpi di dadi lanciati dal Caso nei saloni delle Borse mondiali?
Ora si legge che lì l’Economia, completamente emancipata dalla produzione materiale e nella sua forma purificata (estetica?) di Capitale Finanziario, si fa guidare dall’Astrologia - quando non prende a piagnucolare preghiere di raccomandazione all’Iddio di turno (come accade nel Messico e nei paesi latino-americani). Cosa rimane da fare alle Aziende, quando sconfitte dai tassi e dagli indici e dalle fusioni che neppure le vedono, se non abbandonare i loro recinti locali per cercare salvezza nel libero mercato inseguendo almeno il lavoro a basso costo (vecchio, perenne e inestirpabile cruccio) per succhiarselo ovunque si trovi sulla faccia dell’intero pianeta. E il corollario di tutto questo perpetua, estendendola ad interi continenti, proprio la vecchia (e per questo da te derisa?) scena dickensiana dello sfruttamento del lavoro infantile che si ravvoltola anche nelle forme precapitalistiche dello schiavismo (India, Pakistan, Nigeria), e non può che convincerci ancora una volta della vocazione erodiana di tale Economia (Brasile, Bosnia...e mettici anche i molto eventuali omogeneizzati alla mucca pazza).
E se la montagna non va a Maometto...-insegnamento veramente profetico! Così anche nell’emigrazione islamica, da te evocata, può rintracciarsi la conferma attuale delle vetero-affermazioni secondo le quali il proletariato non avrebbe patria, e che i rapporti di produzione hanno reso “i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli borghesi, l’Oriente dall’Occidente”. Se poi qualcuno, in questi sconvolgimenti planetari non riesce a vedere altro che delle nuove opportunità di succhiare linfa e sangue nuovo da altre culture per rivitalizzare gli esangui nipotini della nostra cultura, non attribuisca poi a noi una visione draculesca del Capitale e dei suoi figlioli  (i quali, in attesa che sia la cultura ad esserne rivitalizzata, intanto imparano dalle “fabrichette”  il modo di rivitalizzare i bilanci con il basso costo dei muscoli degli stessi portatori di cultura.
Allora, che l’occidente sia stanco ed intellettualmente esausto, dovrebbe essere preceduto però dalla constatazione che l’Occidente è economicamente stanco ed esausto. Solo così, ristabilito l’ordine delle priorità (avendo già convenuto come sia la cultura a seguire l’economia) è quasi inevitabile che le forme stesse della Economia dominante e globalizzata diventino le stelle comete che mostrano il cammino all’Arte e ne ispirino la devozione.
Se ora, nell’attuale sviluppo vulcanico dell produzione, della globalizzazione del mercato, della mondializzazione del capitale finenziario, l’arte prendesse a raccogliersi interamente nell’alveo stesso dell’econia di mercato, vorrà dire che anche nella particolarità di una estetica nata da queste nuove condizioni, al materialismo dialettico (che tentava di costruire a partire dalla critica dell’economia politica la comprensione della totalità sociale) verrebbe consegnata dall’arte stessa la confessione che una economia stramatura induce nella propria cultura la vocazione a venire determinata, fin dalla prima e primissima istanza, dalle forme economiche più evolute ed egemoni che, in tal modo  - chiudendo il cerchio - se la sottometterebbero integralmente, senza neppure il bisogno di stipendiare i ragazzi del coro per i loro sevizi celebrativi e apologetici -pur sempre impotenti-, e per questo lasciati liberi anche di stonare (tanto di loro non si accorge e non li cerca proprio nessuno - giusto mome hai detto a Carone nel n.191 di Flash).
E a tale proposito occorre dire come sia profondamente diverso appartenere (anche spiritualmente) ad un periodo storico durante il quale (assieme ai Leonardo, Tiziano o Rubens da te citati) una nuova forma economica, con la propria conseguente organizzazione politica e sociale, si va sviluppando e lotta per imporsi e trionfare contro rapporti produttivi e sociali ancora lagati al vecchio mondo, o invece:
- appartenere (anche spiritualmente) ad un periodo che ormai non riesce a pensare -ma soprattutto a far pensare- ad altro che alla propria sopravvivenza  e, incapace di superare sé stesso senza seppellirsi definitivamente, può soltanto tentare di allargare la propria base produttiva estendendola non solo nello spazio (geografico) ma anche nel tempo (storico).
E così -come prendendo solo le determinazioni comuni a tutti i modi di produzione è possibile arrivare a confonderli e a cancellarne tutte le differenze storiche per giungere a fissare delle generalizzazioni astratte da trasformare in leggi umane universali ed eterne- non vede altro nella storia passata che la propria immagine e somiglianza, e può trasformare agevolmente anche gli artisti del passato in altrettante Aziende capitalistiche (per le quali in effetti sono indifferente tanto la natura del valore d’uso che il carattere del lavoro concreto utilizzato, poiché per lei tutte le particolarità valgono solo quali mezzi per fare quattrini.
In questa indifferenza per i mezzi, determinata dalla unicità dell’obiettivo da perseguire, si può anche arrivare a dire che Berlusconi è il nuovo Duchamp (teniamo però ben presente che tu non lo dici affatto, benché identificheresti Leonardo in Bill Gates o in Soros). E perché no? Se c’è genialità creativa nel trasformare una Idea in Azienda, ce ne vorrà una dose ben più massiccia per trasformare una Azienda in Idea; o forse Berlusconi è condannato a rimanere un minore nonostante sia riuscito in questa impresa della trasfigurazione estatica, e magari estetica?
E qui ci troviamo tra i piedi una pagina di Marx un tempo molto frequentata:
“Ora, la concezione della natura e dei rapporti sociali che sta alla base della fantasia e quindi anche della mitologia greca può forse esistere con le filatrici automatiche, le ferrovie, le locomotive, i telegrafi elettrici? Che ne è di Vulcano di fronte a Roberts & Co., di Giove di fronte al parafulmine e di Ermes di fronte al Credit Immobilier?
Ogni mitologia vince, domina e forgia nella sua immaginazione e per mezzo di essa, le forze della natura: e quindi scompare quando su di essa si sia stabilito un dominio reale” [ sottolineature nostre]
Allora, se vi è stato un tempo nel quale l’arte e la mitologia dell’arte hanno forgiato, nella loro immaginazione e per mezzo di essa, le forze della natura, oggi che la tecnica e il capitale hanno stabilito il proprio reale dominio su di essa, possono tanquillamente anche dire alla nostra comune e bella Ofelia quello che tu stesso gli dici: Rinchiuditi in convento o nelle Accademie d’arte! È precisamente così che una forma d’arte arriva ad “estraniarsi al punto da non identificarsi più con alcuna realtà per diventare una clonazione di sé stessa” (Flash n.189), e gli spot di Naomi Campbell, o i videoclip di Madonna diventano “molto più belli, più problematici e soprattutto più critici di tanta pittura” (Flash n.196).
Difatti l’Economia si è già espressa per proprio conto con forme d’arte scaturite organicamente dalla sua propria base materiale per rispondere a determinate esigenze politiche e sociali. Ma se altre forme d’arte (quelle che vengono da lontano; che sono sorte -sempre organicamente- da forme economiche e modi di produzione oramai tramontati) intendessero competere sul medesimo terreno delle nuove forme espressive, vi troverebbero già insediate, completamente sviluppate e pienamente mature, delle soluzioni che sono nate fin dalla prima istanza dalla forma economica a loro propria; e che non si danno da fare per inseguire l’economia e chiederle misericordia, semplicemente la incarnano per dargli la parola; e neppure hanno bisogno di metterci le mani in pasta, perché sono fatte della stessa pasta di cui sono fatti i Soros e i Gates...ma anche i Berlusconi!
Che siano queste le condizioni da cui nasce la dicotomia tra “economia creativa” (sic!) e arte convenzionale - che ogni tanto inzuppa il suo insipido biscottino nella cultura di massa (Flash n.193) è molto probabile;  ma non vogliamo andare oltre e preferiamo lasciar cadere l’argomento.
Caro Politi,
che dire ancora?  Forse che non benché, ma proprio in quanto marxisti abbiamo apprezzato i tuoi interventi, e li abbiamo discussi; e, come vedi, ci hanno a tal punto smosso l’appetito da invogliarci a mettere anche troppa carne sul fuoco, senza neppure preoccuparci della misura e dello stile.
Ma, affiché non si creda che certe questioni abbiano trovato impreparati proprio coloro che affidano alla comprensione dei fatti economici la possibilità di costruire la comprensione posistiva della totalità sociale e delle sue componenti particolari (sia pure sviluppate in maniera diseguale, e in una complessità dialettica che non si appiattisca in un arido sociologismo o economicismo), ti rispediamo alcune vecchie pubblicazioni degli Uffici [1], con le quali abbiamo cercato di toccare -nei modi che abbiamo ritenuto più adeguati e conformi- i nessi tra arte ed economia, tra arte e politica. Elaborati della cui validità non abbiamo mai dubitato, e che oggi possono ritrovare una giusta collocazione. Della qual cosa non vogliamo attribuircene meriti che non discendano direttamente dalla bontà del me todo cui si sono ispirati.
D’altronde, l’Immaginazione Preventiva per dirsi tale doveva dimostrarsi capace di prevedere anche un momento (come l’attuale) nel quale sarebbe apparso del tutto (e per tutti) evidente il primato della economia sulla cultura.
Per altro, una volta individuati i nessi tra economia (storicamente determinata) e arte (storicamente determinata) era facile prevedere che le crisi (ricorrenti e soprattutto persistenti) della prima non potevano che preludere e trascinarsi appresso una crisi della seconda che mettesse all’ordine del giorno le possibilità stesse di continuare a riscuotere , nei soliti modi, la rendita di posizione che il il sistema dell’arte si era guadagnata in epoche oramai definitivamente tramontate, al punto di consentirti di porre il giusto sospetto che l’arte abbia da tempo iniziato a deporre le proprie uova oltrove che nelle vecchie stie.
Come si vede accade spesso che pur muovendo da posizioni diverse si può arrivare a convenire sopra un medesimo punto -anche se poi è inevitabile che ognuno riparta (se quel punto non è l’approdo) per strade divergenti.
Ma almeno quel comune punto di incontro è molto probabile che sia un punto concreto, e magari anche urgente. E il tuo richiamo dell’arte e degli artisti alla realtà ci trova pienamente concordi, e già indica una direzione d’uscita dal convento, ma anche dal postribolo (cui in verità alludeva Amleto) - purché tale richiamo non sia e non venga inteso come un richiamo all’Ordine (ma l’intervista ad Hal Foster, pubblicata recentemente sul n.197 di Flash , non ce lo lascia credere.
Caro Politi,
per noi è stato tanto difficoltoso scriverti quanto per te -probabilmente- faticoso leggerci. Ma occorre sempre  trovare la maniera per riconoscere il merito di quanti (anche malgrado loro stessi) riescono in determinate contingenze a cogliere e mostrare, senza riluttanze e titubanze, persino quelle virità che urtano con le loro simpatie e convinzioni più profonde o addirittura contrastanti con i loro immediati interessi anche materiali (proprio così come Marx li ha riconosciuti ad un Balzac sedotto da idee aristocratiche e reazionarie, eppure inflessibile nel mostrare l’inevitabile declino dei rappresentanti concreti di tali idee, descrivendoli come uomini che, per di più, non meritavano un destino migliore).
Come vedi non ci siamo neppure risparmiati (l’avevamo promesso) nel recuperare dalle ortiche anche un lingiaggio che ad alcuni non sarà difficile (quando ormai non automatico) definire logoro e stantio, ma certo non più logoro e stantio dei fatti cui tuttora è legato.
Se poi tutto ‘sto parlare di arte ed economia e realtà intendeva limitarsi alla constatazione che la ricchezza dell’arte viene creata tanto più facilmente quanto più esistono, soggettivamente ed oggettivamente, gli elementi e le condizioni che la creano, è chiaro che tutto si sarebbe ridotto ad una affermazione tautologica, la quale per definizione non spiega alcunché, ma che avrebbe almeno risparmiato a tutti la fatica de ‘ste pagine.
Un cordiale saluto.
Carmelo Romeo dell’Ufficio Tecnico per la Immaginazione Preventiva

[1] inviati fascicolo “Imprinting I - L’azzardo omologetico”, “Abaco delle esortazioni” - in Aut.Trib 17139 n.1 -1978, “La mera superficie” in Aut.Trib 17139 del 1983.
NB: Il corsivo nella lettera originale corrisponde agli emendamenti redazionali, ossia ai brani soppressi nella lettera poi pubblicata, riportata qui sotto.

LA LETTERA VIENE QUINDI PUBBLICATA IN Flash Art n.199, estate 1996

L’arte? Va dove la porta l'economia
Per una visione materialistica della storia dell'arte antica e recente. Questa volta il Duchamp è Berlusconi. Artisti, create da soli spazi, fruitori e committenti. Ancora sulla Quadriennale 

Il Comunismo: orticello di opinioni
Caro Politi, ti sarà facile capire che gli Uffici per la Immaginazione preventiva continuano tuttora a mantenere una particolare debolezza nei confronti di certi argomenti ritenuti inattuali; dopo alcuni passaggi su Flash Art che ci hanno procurato il piacere di svolgere qualche riflessione. Dopo di che ognuno continuerà a credere ciò che vuole, ed anche — se vuole — riprendere a baloccarsi con una visione tanto convenzionale quanto caricaturale del comunismo. Dalle tue risposte alla signora Caroldi a Lamberti (Flash Art n. 195) si potrebbe dedurre che "mettere uno steccato attorno al proprio campicello" corrisponderebbe ad una visione letteraria e "tardo marxista ... della azienda", ma poiché questa ultima parolina non l'abbiamo ancora trovata nei testi di Marx, ci permetteremo al momento di trascurarla. Forse che la crisi delle ideologie è andata a braccetto con la crisi della critica? Forse che il trionfo delle teorie liberali consiste nei prendersi delle libertà con le teorie degli altri? Come spiegare diversamente l'idea eclettica di derivare dai negatori stessi della proprietà privata i difensori di campicelli privati, senza aver fidato sulla parola di quanti hanno ritenuto di trattare il comunismo appunto come un orticello di opinioni personali? Allora, seppure simili programmi difensivi possono trovarsi nella letteratura socialista, occorre cercare in quella pre-marxista, e precisamente rintracciarli nella letteratura del socialismo piccolo borghese, liquidata da Marx e Engels come estranea al comunismo.
"Questo socialismo (piccolo borghese), ha smascherato gli ipocriti eufemismi degli economisti. Ha dimostrato irrefutabilmente la dissoluzione dei vecchi costumi, dei vecchi rapporti familiari, delle vecchie nazionalità. Tuttavia, quanto al suo contenuto positivo, questo socialismo o vuole restaurare gli antichi mezzi di produzione e di traffico, o vuole rinchiuderli di nuovo, con la forza, entro i limiti degli antichi rapporti di proprietà...”
Come vedi, riguardo il decadere e 1'estinguersi di "forme" e "modi" arretrati, nessun rimpianto. Anzi, proprio tali decessi sono il presupposto storico e teorico a partire dal quale si rende possibile una reale azione storica del tutto originale e superiore a quella che l'ha preceduta e che ha esaurito la sua spinta innovativa da almeno due secoli.
Detto ciò — e per proseguire sul tuo commento — non e da credere che Bertinotti possa arrossire dei presunti eccessi di un tal tipo di socialismo piccolo borghese, che farebbe comodamente il paio con il rifondante comunismo omeopatico (tuttavia... la classe non e acqua!).
Invece è molto più probabile che sia proprio il tuo crudo realismo, con le sue franche spallate al fragile orticello dell'arte a farlo arrossire d’invidia. Perché nei tuoi ultimi interventi su Flash Art c'e più materialismo di quanto lui forse possa osare, e tu, forse, augurarti.
Non deve meravigliarti, dunque se i tuoi interventi ci sono stati di un certo conforto; almeno per le parti che tirano nei sistema dell'arte quei concreti nessi economici capaci, con ciò stesso, di metterne in discussione una sua presunta autonomia idealisticamente gonfiata.
L'Occidente è economicamente esausto?
Così, siamo stati tutti sinceramente lieti di apprendere che "il modo di produzione della vita materiale e cio che condiziona il processo sociale, politico, spirituale".
Ovvero, per dirlo in modo tamaroista (certamente più best), che 1'arte va dove la porta 1'economia...
Allora, visto che 1'Occidente è stanco ed intellettualmente esausto, (avendo già convenuto come sia la cultura a seguire 1'economia) dovremmo pur convenire che le forme stesse della economia dominante e globalizzata diventano 1e stelle comete che mostrano il cammino anche all'arte e ne ispirino la devozione. Se ora, nell'attuale sviluppo della produzione e della globalizzazione del mercato, 1'arte prendesse a raccogliersi interamente nell'alveo stesso dell'economia, al materialismo dialettico verrebbe consegnata la confessione che una economia matura induce nella propria cultura la vocazione a venire determinata, fin dalla prima e primissima istanza, dalle forme economiche più evolute ed egemoni, che, in tal modo, se la sottometterebbero integralmente, con i ragazzi del coro lasciati liberi anche di stonare. E a tale proposito occorre dire come sia profondamente diverso appartenere (anche spiritualmente) ad un periodo storico durante il quale una nuova forma economica, e la conseguente organizzazione politica e sociale, si va sviluppando, o invece appartenere (anche spiritualmente) ad un periodo che oramai non riesce a pensare (ma soprattutto a far pensare) ad altro che alla propria sopravvivenza. E così non vede altro nella storia passata che la propria immagine e somiglianza e può trasformare agevolmente anche gli artisti del passato in altrettante aziende capitalistiche.
E questa volta Berlusconi è Duchamp
In questa indifferenza per i mezzi, determinata dalla unicità dell'obiettivo da perseguire, si può anche arrivare a dire che Berlusconi è il nuovo Duchamp (teniamo però ben presente che tu non lo dici affatto, benché identificheresti Leonardo in Bill Gates o in Soros). E perche no? Se c'e genialità creativa nei trasformare una idea in azienda, ce ne vorrà una dose ben più massiccia per trasformare una azienda in idea: o forse Berlusconi è condannato a rimanere un minore nonostante sia riuscito in questa impresa della trasfigurazione estatica, e magari anche estetica?... E proprio in quanto marxisti abbiamo apprezzato i tuoi interventi, e li abbiamo anche discussi. Ma, affinche non si creda che certe questioni ci abbiano trovati impreparati, ti rispediamo alcune vecchie pubblicazioni degli Uffici, con le quali abbiamo cercato di toccare i nessi tra arte e economia, tra arte e politica; della cui validità non abbiamo mai dubitato, e che oggi possono ritrovare una giusta collocazione.
D'altronde, l'Immaginazione Preventiva per dirsi tale doveva dimostrarsi capace di prevedere anche un momento (come 1'attuale) nel quale sarebbe apparso del tutto (e per tutti) evidente il primato della economia sulla cultura.
Per altro, una volta individuati i nessi tra economia e arte e facile prevedere che le crisi della prima non possono che preludere una crisi della seconda, fino a consentirti di avanzare il giusto sospetto che 1'arte abbia da tempo iniziato a deporre le proprie uova altrove che nelle vecchie stie di sempre.
Caro Politi, per noi non è stato tanto difficoltoso scriverti quanto per te — probabilmente — faticoso leggerci. Ma occorre sempre trovare la maniera per riconoscere il merito di quanti riescono in determinate contingenze a cogliere e mostrare, senza riluttanze e titubanze, quelle verità che urtano con le loro simpatie e convinzioni più profonde. Un cordiale saluto.Carmelo Romeo

Cari amici
La fatica per l’editing della vostra lettera mi costringerà ad anticipare le vacanze! Sarebbe veramente interessante se riusciste a dire tutto do che avete detto in una
cartella di 30 righe. Avreste bisogno di una sana, pragmatica, materialista scuola americana. A parte ciò, vi ringrazio per avermi tolto di dosso, voi imperterriti marxisti e materialisti storici il marchio di fascista o nazista che spesso "attenti"analisti dell'arte mi affibbiano. Mi sono sempre considerato di sinistra (non comunista secondo l'italica accezione; bensì un socialista senza fissa dimora), ma faccio fatica a considerare "compagni" di merende (nella sua accezione vera) Veltroni o Prodi. E sulla scia di Toni Negri penso veramente che in Italia gli unici comunisti oggi siano gli imprenditori. E la mia grande paura (o certezza?) è che grazie a questa demagogica sinistra, ci stiamo avviando verso il peggior fascismo della nostra storia. Mi auguro tanto di sbagliare.
Giancarlo Politi.

La risposta, inviata e non pubblicata, era le seguente.

Caro Politi
Ti siamo grati di averci indicato la scuola americana per imparare a tagliar corto; e sebbene una volta dovemmo incassare, proprio da una rivista di Los Angeles, la lamentela opposta (si attendevano da noi un testo più esauriente; dicevano: non eravamo forse degli europei?), vedremo di applicarci per far entrare in una sola tutti i contenuti di otto cartelle. E magari ci riusciremo,  pur non essendo americani – d’altronde l’inventore degli estratti di carne non è stato forse il tedesco Barone Liebig?[1]
Certamente occorre tenersi stringati quando le lettere vengono scritte ed inviate appositamente per le rubriche dei Direttori, ma non quando rispondono innanzi tutto ad esigenze indipendenti da tale collocazione. Però, fuori da questi casi particolari  raccomandiamo anche noi la concisione per evitare che le redazioni siano costrette a sforbiciare le parti ritenute meno significative, con un conseguente incremento di lavoro e il non sempre evitabile rischio di indebolire o travisare (certo involontariamente) le argomentazioni  o i contenuti dello scritto.
Contrariamente a quanto immaginiamo erroneamente diffuso sul conto degli “imperterriti marxisti” (come ci hai troppo benevolmente definiti), noi teniamo nella massima considerazione il tempo liberato dal lavoro – come potrebbe testimoniare il classico testo di Lafargue, dall’eloquente titolo “Il diritto all’ozio”. Per questo ci siamo sinceramente rammaricati nell’aver appreso che hai dovuto anticipare la fine delle tue vacanze estive per dedicarti all’editing della nostra lunga lettera.
Con l’occasione vogliamo ringraziarti per averla divulgata concedendogli molto spazio. Però consenti, stavolta a noi, di darti un consiglio: non lo fare più!
Invece goditi, quanto più puoi e nel modo migliore, nei luoghi e con le persone che più ti sono vicine e care, il tuo sacrosanto diritto all’ozio.
Non vogliamo certo sentirci colpevoli di aver limitato un tale diritto, che ci sta talmente a cuore da volerlo vedere esteso proprio a tutti, in storica alternativa alla crescente coazione all’ozio indigente imposto dalla globalizzazione dei mercati  e altrimenti conosciuto come “disoccupazione strutturale”.
Purtroppo il nostro torto nei tuoi confronti non si è limitato a procurarti soltanto del lavoro imprevisto, ma ha coinvolto anche la tua immaginazione, la quale ha dovuto “fare fatica a considerare compagni di merende (nella sua accezione vera)  Veltroni e Prodi”. E dire che noi credevamo che l’intero orizzonte della nostra lettera fosse completamente sgombro da simili e consimili pupazzetti kinder
[2], variamente offerti in premio per il perpetuo consumo del solito ovetto (liberale), da sempre ingoiato per mantenere in piedi la solita baracca!
Ci è forse sfuggito qualcosa?
Dove abbiamo sbagliato?
Rileggiamo il tutto e non troviamo nulla che possa evocare sulla nostra scena tali personaggi. E poiché non possiamo pensare che si tratti di una insinuazione capziosa (perché sai benissimo che non parliamo né consumiamo merende con i manovratori di baracche o barche comuni – come invece il tuo pur divertente accenno lascerebbe intendere), dobbiamo concludere che si è trattato di uno scivolamento verso un discorso che non ci appartiene? Allora a chi apparterrebbe tale lapsus calami?
Resterebbe anche da stabilire di cosa questo lapsus sia rivelatore.
E intanto ci punge vaghezza di ritrovarci sempre a trafficare con una visione del comunismo “troppo nota per essere conosciuta”
[3].
A questo punto la paginetta prescritta sarebbe già superata; ma, per non smentirci, ci concediamo qualche altra riga prima di salutarti e ringraziarti per l’attenzione.
Riguardo la frase di Toni Negri – che dici di condividere - , per la quale in Italia (e perché no nel mondo?) gli unici comunisti sarebbero gli imprenditori, possiamo dire che se intendeva riferirsi al fatto che in assenza di comunisti gli imprenditori ne sono la migliore cauzione futura – ovvero che il capitalismo resta pur sempre la condizione necessaria  (benché non sufficiente) del comunismo – allora ecco che una formula che poteva apparirci immediatamente come un eccitante paradosso, ci si svela, realiter,  come una cosa del tutto ovvia. Se invece, e inoltre, intendeva valutare la circostanza attuale per la quale oggi in Italia (e altrove) i partiti formali che già si richiamavano al socialismo hanno definitivamente liquidato anche gli ultimi fili residui che li collegavano a quel programma storico per abbracciare finalmente quello indubbiamente vittorioso del pensiero unico liberale… allora la tua paura è anche la nostra: la fascistizzazione è proprio in marcia al fianco della globalizzazione.
E chi può preparare la parata mondiale del blocco unico delle classi sociali, meglio degli alunni delle varie sinistre nazionali? Non è già tornato utile al Cavalier Benito erudirsi a questa scuola per poi mettersi in proprio nell’impresa patriottica della Grande proletaria?
Decisamente siamo imperdonabili! Ma proprio non ce la facciamo a smetterla prima di informarti di un timore che sottilmente si è insinuato: non sarà mica che, dopo questa frase di Negri, gli imprenditori  - essendosi già trasformati in artisti  (ovviamente duchampiani) – ci si svelino infine come dei Duchamp comunisti?
Un saluto.
Carmelo Romeo - Ufficio tecnico per l’Immaginazione Preventiva
Roma, settembre 1996

[1] – Figura interessante, Liebig, anche per l’arte figurativa. Figlio di un fabbricante di colori, inventore di un metodo industriale per fabbricare gli specchi, ideatore infine delle figurine pubblicitarie.
[2] - Ora, se qualche Meliconi dell’arte – più come un novello Daumier che come un italico Koons all’amatriciana – volesse realmente realizzare una serie plastica dei pupazzetti kinder con le sembianze dei politici freschi di giornata, non abbia riguardi ad appropriarsi dell’idea, dell’impresa e dei guadagni. Non saremo certamente noi ad invocare quella ignobile forma di proprietà che è il diritto d’autore. Vogliamo invece riservarci il privilegio di scrivere sulla nostra lavagna: I FANTASMINI SI AGGIRANO PER L’EUROPA, ed aggiornare in tal modo un famosi incipit del 1848.
[3] - F. Hegel, “Fenomenologia dello spirito”
.

LETTERA aPOLITIca_